Notizie Notizie Italia Non solo Berlusconi-Putin, al governo Meloni l’Ft lancia alert ‘tempesta finanziaria’

Non solo Berlusconi-Putin, al governo Meloni l’Ft lancia alert ‘tempesta finanziaria’

Non solo i dettagli sui regali che Silvio Berlusconi e il presidente della Russia Vladimir Putin si sono scambiati: il Financial Times dedica un articolo anche alla “tempesta finanziaria” che il governo di Giorgia Meloni, in via di formazione, si appresta ad affrontare.

“Giorgia Meloni faces financial storm as she prepares to take helm in Italy”:è il titolo dell’articolo del quotidiano britannico, pubblicato all’indomani della rivelazione dell’audio bomba esclusivo di LaPresse, che ha riportato quanto detto dall’ex presidente del Consiglio e leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi:

I ministri russi hanno già detto in diverse occasioni che siamo noi in guerra con loro, perché forniamo armi e finanziamenti all’Ucraina. Io non posso personalmente fornire il mio parere perché se viene raccontato alla stampa viene fuori un disastro, ma sono molto, molto, molto preoccupato. Ho riallacciato i rapporti con il presidente Putin, un po’ tanto.

Dichiarazioni che hanno fatto esplodere la polemica in Italia e nel mondo, marchiando la credibilità già ammaccata del governo Meloni.

Oltre all’articolo “Silvio Berlusconi says he exchanged gifts and ‘sweet letters’ with Putin”, il Financial Times ha pubblicato anche una riflessione sulle sfide che il governo Meloni si appresta ad affrontare, lanciando l’alert “tempesta finanziaria”.

Giorgia Meloni è stata definita “ex attivista teenager neo-fascista” che “sta per prendere il posto del presidente del Consiglio Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, dopo che il suo partito di destra è emerso vittorioso dalle elezioni politiche” del 25 settembre scorso.

L’FT ha presentato il quadro di una economia italiana alle prese con “l’arrivo di una recessione e con l’impennata dei costi energetici che sta erodendo gli utili delle aziende e affossando i redditi delle famiglie” e ha presentato anche il grande e indiscusso dilemma dell’Italia che assiste al rischio di un crollo dei consumi e che deve mettere tuttavia un freno al suo debito.

Meloni, e chiunque deciderà di scegliere come ministro dell’economia (citate le maggiori chance che il dicastero possa finire con l’essere capitanato dal leghista Giancarlo Giorgetti), potrebbero incontrare problemi nel riuscire a sostenere la stabilità dei conti pubblici dell’Italia, mettendo il debito pubblico – al momento pari al 150% del Pil, il più alto rispetto a qualsiasi altro principale sistema finanziario dell’area euro – su una traiettoria al ribasso, nello stesso momento in cui gli italiani chiedono aiuti per far fronte alla spirale dei prezzi”, dunque in sostanza al #carobollette e #caroenergia.

Interpellata dal Financial Times Lucrezia Reichlin, docente di economia presso la London Business School ha sottolineato che “il nuovo governo arriva in un brutto momento” e che “ci sono molte nubi all’orizzonte e non molto di cui essere ottimisti”.

D’altronde, proprio la scorsa settimana l’Fmi, il Fondo Monetario Internazionale, ha avvertito che l’economia italiana sta scivolando in una fase di recessione, annunciando di stimare un calo del Pil pari a -0,2% per il 2023. La Bank of Italy stima invece una crescita, l’anno prossimo, pari a +0,3% e un’inflazione al 6%, nel suo scenario di base; nel worst case scenario, l’outlook di Palazzo Koch è tuttavia di una contrazione del Pil pari a -1,5% e di un tasso di inflazione al 9% se la Russia dovesse decidere di chiudere tutti i rubinetti del gas che fornisce all’Europa.

Sarà estremamente difficile – ha commentato anche Lorenzo Codogno, economista, professore presso la London School of Economics ed ex dirigente generale del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia – Il paese sta attraversando un rallentamento significativo – probabilmente una recessione – e c’è una massiccia pressione sui redditi a causa della crisi (dell’impennata) del costo della vita”.

 

 

In questa situazione, quale sarà – si è chiesto il Financial Times – la direzione che Giorgia Meloni deciderà di adottare? Prima delle elezioni, ha precisato il quotidiano britannico, la leader di FdI  aveva enfatizzato l’importanza della prudenza fiscale, “nel tentativo di ottenere la credibilità da parte di chi fa trading sui bond italiani”, ovvero sui BTP, e dunque di evitare un forte balzo dello spread BTP-Bund e dei tassi sui titoli di stato made in Italy.  Meloni, è stato tuttavia ricordato, è però anche la stessa che aveva gridato ai “grandi speculatori finanziari” colpevoli di tramare per trasformare gli italiani in schiavi. Così, di fatto, dopo il report shock di Goldman Sachs, Giorgia Meloni scriveva il 31 maggio scorso: “A pochi mesi dalle elezioni politiche la Goldman Sachs si dice preoccupata dall’esito delle urne. La banca d’affari americana non vede di buon occhio un Governo con pieno mandato popolare degli italiani per fare i loro interessi, preferiscono un’accozzaglia con dentro tutto e il contrario di tutto, sorretta da parlamentari pronti a votare qualsiasi piano di svendita pur di conservare la poltrona fino alla fine. Ma prima o poi arriverà il giudizio del popolo italiano, piaccia o meno alla Goldman Sachs“.

Una dichiarazione non proprio da premier impegnata a tenere sotto controllo le finanze pubbliche. Da quando ha vinto le elezioni, ha fatto notare inoltre l’FT, Meloni ha ammesso la necessità di fornire “un aiuto concreto” alle famiglie e alle aziende, alle prese con il balzo dell’inflazione.

La domanda è dunque se Meloni si atterrà a quella prudenza fiscale di cui si è fatta paladina poco prima delle elezioni politiche e che tanto l’ha distinta dall’ansia di fare deficit del ‘collega’ leader della Lega Matteo Salvini – probabilmente per evitare un boom dello spread e dei tassi dei BTP e blindarsi dunque dalla furia dei mercati – o se invece tornerà a sbandierare le ricette che sono alla base di ogni movimento improntato al populismo.

Ludovico Sapio, economista per l’Europa di Barclays, ha auspicato per il nuovo governo “un equilibrio tra il dare la priorità alla crescita e il dare priorità alla prudenza fiscale”, in un momento in cui Meloni & Co stanno riflettendo se sia il caso di rafforzare i provvedimenti adottati dal governo Draghi per proteggere i consumatori dall’aumento dei costi energetici o se andare magari anche più in là, mantenendo le promesse lanciate durante la campagna elettorale di tagli alle tasse. A tal proposito, i recenti avvenimenti nel Regno Unito, ergo l’imbarazzante dietrofront che il governo di Liz Truss è stato costretto a fare dopo aver seminato il panico sui mercati di tutto il mondo, dovrebbero frenare Meloni dall’adottare misure troppo estreme ed azzardate.

Viste le circostanze, una proroga delle misure volte a mitigare il caro energia sarebbe apprezzata, ma è pure vero che l’Italia non potrà permettersi di varare un piano di aiuti di quelle dimensioni che sono state proposte nel Regno Unito e in Germania – ha spiegato Sapio.

Di conseguenza, “il nuovo governo dovrà prendere una decisione politica e decidere di non includere interventi che potrebbero essere interpretati come controversi o fiscalmente irresponsabili”.

L’alert del Financial Times si aggiunge a quelli delle agenzie di rating Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s, che hanno accerchiato subito Giorgia Meloni, dopo la vittoria del suo partito Fratelli d’Italia alle ultime elezioni. Moody’s in particolare ha agitato l’ascia di un downgrade a junk, dunque di una Italia spazzatura, mentre Fitch Ratings ha lanciato un avvertimento sulle ripercussioni che un peggioramento dei conti pubblici dell’Italia potrebbe avere sui mercati, oltre a rimarcare l’importanza del PNRR, eredità del governo Draghi. Standard & Poor’s ha parlato di “scelte difficili” per il governo Meloni, in un contesto di recessione in Europa e sulla scia di un debito pubblico del paese elevato.

Sul caso Italia, in un momento in cui dopo il disastro Truss nel Regno Unito si diffonde il timore di diventare la nuova Italia dell’Europa, con il Telegraph che scrive chiaramente che in Italia non si sa più cosa fare per far scendere il debito pubblico, a fronte di un’economia definita “a zero crescita, stagnante” che fa del paese “quello a cui tra i paesi del G20 meno si vorrebbe assomigliare”,  una spiegazione sul caso Italia arriva con il libro firmato da Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli: “Crescita economica e Meritocrazia – Perchè l’Italia spreca i suoi talenti e non cresce”, da poco pubblicato.

In un’intervista rilasciata a Inpiù, in particolare l’economista, ex Direttore Generale di Confindustria, docente di economia presso l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani, Giampaolo Galli, si è così espresso:

Nel libro che abbiamo appena pubblicato (in inglese con Oxford University Press e in italiano con il Mulino. Titolo: ‘Meritocrazia e Crescita’), Lorenzo Codogno ed io ci proponiamo di allertare gli italiani e di dire che in molti ambiti occorrono cambi di passo sostanziali rispetto ad oggi. Gli argomenti sono essenzialmente gli stessi che ha usato Mario Draghi per giustificare l’impianto riformatore del Pnrr. Noi siamo più espliciti e diciamo chiaramente che nell’ultimo quarto di secolo l’Italia ha quasi smesso di crescere. Nessun altro paese avanzato ha fatto peggio dell’Italia. Fra il 1995 e il 2019 il divario cumulato nella crescita del Pil è stato di 32,1 punti percentuali rispetto alla Francia, 23,7 rispetto alla Germania, 29,5 rispetto alla media dell’Eurozona, 64,5 rispetto agli Stati Uniti. La crescita è ferma ovunque nel paese, nel Sud e anche nel Nord tradizionalmente più dinamico. Nella classifica del Pil pro capite delle 280 regioni europee, Piemonte, Lombardia e Veneto vent’anni fa erano vicine ai primi posti: nel 2019 avevano erano scese all’84°, 36° e 68° posto rispettivamente, al di sotto di quasi tutte le principali regioni dell’Europa Occidentale. Il calo è stato simile per le regioni del Sud e oggi Campania, Sicilia e Calabria stanno al 191°, 197°, 202° rispettivamente; tutte sotto la maggior parte delle regioni dell’Europa dell’Est”.

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