Notizie Notizie Mondo JP Morgan & Co: la crisi del mondo incisa sulle trimestrali delle Big Banks made in Usa

JP Morgan & Co: la crisi del mondo incisa sulle trimestrali delle Big Banks made in Usa

JP Morgan, Wells Fargo, Morgan Stanley, Citigroup: i conti del terzo trimestre delle quattro Big Banks made in Usa mettono in evidenza come la carrellata dei rialzi dei tassi anti-inflazione firmata dalla Fed di Powell si stia confermando, per il settore, croce e delizia.

Croce, in quanto il timore per l’arrivo di un hard landing che viene considerato da molti economisti come inevitabile sta portando le banche a temere una nuova impennata dei crediti deteriorati-NPL e, dunque, ad aumentare gli accantonamenti.

Delizia, in quanto è lampante l’effetto positivo delle strette monetarie sui margini di interesse delle stesse banche. I NII (net interest income, margini netti di interesse) hanno infatti riportato rialzi significativi nel corso del terzo trimestre, soprattutto nel caso di JP Morgan.

Grazie alle strette di Jerome Powell la redditività di alcune banche sta dunque crescendo, dopo anni in cui i tassi inchiodati allo zero hanno eroso non poco i risultati del comparto. 

Ma l’effetto croce, per l’appunto, non manca visto che, se la Fed tirerà troppo la corda, l’economia Usa scivolerà in recessione: e non sarà un soft landing, ma un hard landing.

A quel punto, in stato di recessione, le aziende e le famiglie Usa che hanno ricevuto credito dalle banche faranno decisamente più fatica a rimborsare i prestiti.

Sugli istituti si ripresenterà di conseguenza lo spettro delle sofferenze, dei crediti deteriorati, in generale degli NPL, motivo per cui gli istituti si preparano già da ora ad accantonare riserve ulteriori per coprire perdite eventuali future sui crediti che potrebbero tornare ad affossare i loro bilanci.

Jp Morgan & Co: rialzi tassi Fed sostengono conti. Ma c’è l’incubo NPL

I conti delle banche Usa sono stati diramati proprio in un momento in cui ulteriori strette monetarie da parte della Fed di Jerome Powell appaiono inevitabili.

Nella giornata di ieri, i numeri sull’inflazione Usa misurata dall’indice dei prezzi al consumo si sono confermati ostinatamente elevati, portando i mercati a paventare nuove maxi strette di 75 punti base da parte della banca centrale americana.

Sono aumentate le speculazioni sullo stesso valore del tasso terminale , atteso ora a un livello più alto di quanto precedentemente atteso. E maggiore probabilità di strette monetarie più aggressive significa non solo maggiore probabilità di redditività più alta per le banche Usa ma, anche, probabilità più elevata di hard landing, dunque di recessione, dunque di crescita di crediti deteriorati-NPL.

JP Morgan & Co: sale NII ma balzano anche accantonamenti

Tutto questo è scritto nero su bianco nelle trimestrali delle banche Usa JP Morgan, Wells Fargo, Morgan Stanley e Citigroup che sono state appena diramate, e che sono relative al terzo trimestre dell’anno.

I  numeri cambiano, ma il messaggio è lo stesso.

Veniamo a JP Morgan, la banca numero uno degli Stati Uniti per valore degli asset, che ha annunciato di aver concluso il terzo trimestre dell’anno con un utile netto di $9,7 miliardi, in calo del 17% su base annua. Ha pesato l’accantonamento di riserve sui crediti per un valore di $808 milioni, rispetto alle riserve che erano state rilasciate nello stesso trimestre del 2021 per un valore $2,1 miliardi. JP Morgan ha pagato dunque la necessità di accantonare ulteriori riserve per far fronte al rischio di una crescita degli NPL-crediti deteriorati, legata al rischio dell’arrivo di una recessione in Usa.

La banca guidata dal ceo Jamie Dimon ha reso noto che l’utile netto ha accusato anche l’effetto delle perdite legate agli investimenti effettuati, per un valore netto di $959 milioni: queste perdite hanno zavorrato l’utile netto di un valore al netto delle tasse di $729 milioni. Occhio ai numeri sull’eps e sul fatturato.

Se gli utili sono scesi, il fatturato è salito, facendo meglio delle attese: merito del margine di interesse (NII), balzato del 34% a $17,6 miliardi, proprio sulla scia delle strette monetarie varate dalla Fed e, anche, grazie all’espansione del libro prestiti di JP Morgan.

Anche la banca americana Wells Fargo ha annunciato di aver concluso il terzo trimestre dell’anno con utili in calo su base annua, sempre a a causa delle riserve che ha dovuto accantonare: pari a $784 milioni, rispetto al calo di $1,4 miliardi di accantonamenti che si era manifestato nel terzo trimestre del 2021.

A pesare sulla trimestrale della banca sono stati però anche altri fattori. Il ceo Charlie Scharf ha spiegato che “la solida performance del business del terzo trimestre è stata colpita in modo significativo da perdite operative di un valore di $2 miliardi, o $0,45 per azione, legate ai costi legali, ai risarcimenti dovuti ai clienti e a questioni legate principalmente a una varietà di fatti avvenuti in passato”.

Wells Fargo continua a pagare ancora le conseguenze dello scandalo contabile che la travolse nel 2016. L’istituto è inoltre il più dipendente, tra le sei banche americane più grandi, dal business dei mutui; di conseguenza, ha scontato anche la brusca caduta delle attività di vendita e rifinanziamenti del settore, a causa del boom dei tassi sui mutui, volati negli Stati Uniti ben oltre il 6%.

Sempre i rialzi dei tassi della Fed hanno permesso tuttavia a Wells Fargo di veder salire il  margine netto di interesse del +36%. Oggi è stato anche il giorno di Morgan Stanley.

I conti del colosso di Wall Street hanno mostrato un trend peggiore delle stime, in questo caso, sia degli utili che del fatturato.

Come JP Morgan e Wells Fargo, Morgan Stanley è stata costretta ad accantonare ulteriori riserve per far fronte alla minaccia di un aumento delle perdite sui crediti: gli accantonamenti sono così saliti a $35 milioni, rispetto ai $24 milioni del terzo trimestre del 2021.

Il fattore NPL ha pesato anche su Citigroup, che ha visto scivolare l’utile netto del terzo trimestre del 25%, a $3,48 miliardi, a fronte di accantonamenti di riserve saliti di un valore netto di 370 milioni di dollari (rispetto al rilascio di riserve di oltre $1 miliardo nello stesso periodo dell’anno scorso): l’aumento ha portato gli accantamenti delle riserve per eventuali NPL futuri a balzare nel trimestre fino a quota 1,37 miliardi.

La banca guidata dalla ceo Jane Fraser ha pagato la maggiore esposizione, rispetto alle sue rivali, verso l’estero e dunque verso il rallentamento non solo dell’economia Usa, ma di altre economie.

Giù il fatturato della divisione di investment banking, che ha interessato anche altre banche, come la stessa JP Morgan, che ha incassato minori commissioni dalla divisione.

JP Morgan, AD Dimon rimarca presenza ostacoli significativi

Tra le quattro banche americane che hanno riportato oggi i risultati di bilancio relativi al terzo trimestre, si mette in evidenza la numero uno, JP Morgan che, pur provvedendo ad accantonamenti per un valore di $808 milioni, ha visto il margine netto di interesse volare per l’appunto del 34% a $17,6 miliardi: un valore che ha battuto le attese del consensus di oltre 600 milioni.

Stavolta, tuttavia, il ceo Jamie Dimon, che ha già dimostrato nei giorni scorsi di aver abdicato al suo proverbiale ottimismo, non ha gongolato:

Ci sono ostacoli significativi, nell’immediato, di fronte a noi – ha detto Dimon – Una inflazione ostinatamente elevata che si tradurrà in tassi di interesse più alti in tutto il mondo; gli impatti incerti del Quantitative Tightening (della Fed); la guerra in Ucraina, che sta aumentando tutti i rischi geopolitici, e le condizioni fragili dell’offerta e dei prezzi del petrolio. Mentre continuiamo a sperare per il meglio, rimaniamo vigili e ci prepariamo agli effetti negativi”.

La pubblicazione delle trimestrali delle principali banche americane, che non termina sicuramente con la giornata di oggi – all’appello mancano le altre due Big Goldman Sachs e Bank of America – è cruciale non solo per i mercati, ma anche per valutare le condizioni in cui versa l’economia Usa, la pubblicazione delle trimestrali delle principali banche americane.

Da un lato, il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti rimane molto basso, fattore che porta a pensare che i consumatori e le aziende non dovrebbero incontrare grandi difficoltà a rimborsare i prestiti ricevuti. Inoltre, il rialzo dei tassi di interesse significa che l’attività core delle banche relativa all’erogazione dei crediti sta diventando più redditizia.

La volatilità che caratterizza i mercati finanziari fa inoltre da assist alle attività di trading sul reddito fisso.

Wall Street: titoli banche a minimi ultime 52 settimane

Tuttavia, in un contesto in cui Wall Street rimane in fase di mercato orso, gli investitori stanno scaricando da un bel po’ i titoli delle banche, tanto che le quotazioni di JP Morgan ma anche di altre istituzioni finanziarie sono capitolate ai nuovi minimi record delle ultime 52 settimane.

La paura per l’arrivo di una recessione negli Stati Uniti e nel mondo si sta facendo sempre più concreta, e gli alert arrivano un po’ da tutto il mondo:

lo stesso ceo di JP Morgan Jamie Dimon, oltre a paventare una recessione, ha lanciato questa settimana un alert sul trend dell’indice S&P 500. E che dire della batosta firmata  dal Fondo Monetario Internazionale, Fmi, che ha tagliato le stime sul Pil globale, avvertendo tra l’altro che il peggio deve ancora arrivare?

A tal proposito Tobias Adrian, direttore della divisione di mercati monetari e dei capitali del Fondo Monetario Internazionale, ha detto in un colloquio con la Cnbc che è “sicuramente possibile” che le previsioni del ceo di JP Morgan sullo S&P 500 si concretizzino.

In questo contesto, riporta un articolo della Cnbc, il fatturato delle attività di investment banking e di erogazione dei mutui tipiche delle banche ha sofferto un forte dietrofront, e il rischio è che alcune banche annuncino svalutazioni dei loro asset.

Esiste in più il rischio che l’accantonamento di ulteriori riserve vada avanti, per far fronte a un eventuale aumento, in corso e anche futuro, dei crediti deteriorati. Secondo gli analisti, le banche più grandi degli Stati Uniti potrebbero accantonare fino a 4,5 miliardi di dollari.