Notizie Valute e materie prime Bce, Draghi conferma la promessa QE e tassi bassi. Ma strategist sempre più bullish sull’euro

Bce, Draghi conferma la promessa QE e tassi bassi. Ma strategist sempre più bullish sull’euro

La politica monetaria della Bce resterà accomodante, anche perchè l’obiettivo che la Bce ha sull’inflazione – appena poco al di sotto della soglia del 2% – non è stato ancora raggiunto. E’ quanto ha detto Mario Draghi, numero uno della Banca centrale, parlando in occasione dello European Banking Congress di Francoforte.

“Non siamo ancora al punto in cui la ripresa dell’inflazione possa sostenersi da sola, senza la nostra politica accomodante”. Ciò significa che, affinché “le pressioni sottostanti dell’inflazione aumentino e sostengano l’inflazione nel medio termine, rimane necessario un grado elevato di stimoli monetari“.

Il fatto che dal prossimo 1° gennaio del 2018 il piano del Quantitative easing verrà dimezzato – dagli acquisti di asset per un valore di 60 miliardi di euro si passerà a 30 miliardi al mese – non cambierà il messaggio della Bce: i tassi di interesse rimarranno bassi ancora per molto.

Un tale messaggio di per sé dovrebbe mettere sotto pressione l’euro, ma non è così. La valuta rimane ben salda attorno alla soglia di $1,18 e soprattutto riceve ulteriori promozioni dagli analistii, tanto che Bloomberg scrive che “la moneta unica, che fino a pochi anni fa era quasi sinonimo di instabilità politica e faceva fronte a minacce che mettevano in pericolo la sua stessa esistenza, ora sta attraendo acquisti, in un momento in cui gli asset rischiosi di tutto il mondo vengono venduti”.

Il trend viene spiegato solo in parte con gli smobilizzi dei carry trade da parte degli investitori. Alla base dei buy sulla moneta unica c’è infatti soprattutto la maggiore fiducia da parte degli investitori sulla crescita e sull’inflazione in Europa, a dispetto della cautela ribadita da Draghi che, anche nel discorso di oggi, ha affermato che la Bce dovrà continuare a essere paziente nel suo percorso di normalizzazione dei tassi. 

Il risultato è che, in media, gli analisti che hanno partecipato a un sondaggio di Bloomberg prevedono un ulteriore apprezzamento dell’euro per il 2018 e il 2019, rispettivamente a $1,22 e a $1,25. Gli stessi hanno rivisto al rialzo le stime mediane relative alla crescita dell’inflazione nell’area euro, per quest’anno, al 2,2% dall’1,5% dell’inizio dell’anno. 

Bullish sull’euro anche gli strategist di Goldman Sachs, che stimano che, nei confronti dello yen, la moneta unica salirà a JPY 140 dai JPY 130 attuali, grazie alla decisione degli speculatori di aumentare le posizioni long sulla valuta. 

Così Viraj Patel,  strategist del mercato valutario presso ING a Londra, commenta il trend:

“L’Europa sta diventando una destinazione appetibile dove investire – sottolinea – questo è vero sicuramente per gli investitori di medio periodo, che sono più sensibili ai trend politici e alle storie di cicli economici”.

In generale, trader e analisti vedono sempre di più la moneta unica alla stregua di un asset sicuro, dove rifugiarsi in momenti di turbolenza dei mercati. Soprattutto se, poi, tali turbolenze sono scatenate da eventuali nuovi guai di Donald Trump.

Nelle ultime ore il dollaro ha scontato i rumor che circolano negli Usa resi noti dal Wall Street Journal, secondo cui il procuratore specuale Robert Mueller che indaga sul Russiagate avrebbe inviato un mandato di comparizione a più di una decina di persone che hanno fatto parte dello staff di Trump durante la campagna elettorale.

In un momento di alta tensione, tra l’altro, un operatore del Pentagono ha ritwittato per sbaglio un post in cui si auspicavano le dimissioni di Trump dalla presidenza.  

Attenzione anche alla riforma fiscale, con la Camera dei Rappresentanti Usa che ha votato il piano di taglio alle tasse. Ora tocca al Senato, dove tuttavia la proposta di tagli fiscali differisce da quella della Camera. Si teme che quello che è stato definito un bazooka fiscale venga rimandato al 2019.