Notizie Notizie Mondo Amazon come Meta e Twitter: maxi licenziamenti, a casa 10.000 dipendenti. Crisi nera per il mondo hi-tech made in Usa

Amazon come Meta e Twitter: maxi licenziamenti, a casa 10.000 dipendenti. Crisi nera per il mondo hi-tech made in Usa

Amazon pronta a mandare a casa 10.000 dipendenti. E’ quanto ha riportato il New York Times, citando fonti vicine al colosso americano dell’e-commerce, che si unisce così ad altre società hi-tech made in Usa che hanno annunciato manovre di lacrime e sangue per fa fronte alla nuova realtà: una realtà che non è più quella online dei tempi di Covid che aveva fatto di Amazon stessa e di altre società come Netflix, Peloton e Zoom le regine di Wall Street, nel 2020. Ma una realtà nuova, alle prese con la guerra in Ucraina e il conseguente boom dei prezzi energetici e dell’inflazione a livello mondiale.

La prospettiva di un forte rallentamento dell’economia mondiale e dell’avvento di una recessione in diverse aree del globo sta rendendo i consumatori sempre più riluttanti a spendere e spandere, in molti casi anche solo a spendere, tanto più per beni e servizi reputati non essenziali.

La crisi dell’hi-tech è già tutta incisa nelle valutazioni di Amazon e diverse altre società quotate in Borsa. Nel caso di Amazon, il titolo della Big Tech è crollato del 41% dall’inizio dell’anno, sottoperformando in modo significativo lo S&P 500, che ha ceduto nello stesso arco temporale il 14%. Le azioni AMZN sono prossime a chiudere l’anno peggiore dal 2008.

Non solo la nuova Twitter di Elon Musk, che ha licenziato letteralmente dall’oggi al domani metà della forza lavoro della società di microblogging appena acquisita, e Meta di Mark Zuckerberg , che ha annunciato il taglio di 11.000 dipendenti, pari all’incirca al 13% della forza lavoro.

Un annuncio imminente di maxi licenziamenti è in arrivo anche da Amazon: oltre al New York Times, che ha diffuso per primo le indiscrezioni, il Wall Street Journal ha parlato di tagli di migliaia di dipendenti, già a partire da questa settimana.

Amazon: le divisioni che saranno colpite dai tagli

Stando ai rumor riportati dal New York Times, i licenziamenti colpiranno la divisione di Amazon Alexa, così come le divisioni retail e delle risorse umane di Amazon.

Il Wall Street Journal ha reso noto in particolare che Alexa, la divisione di Amazon che produce l’hardware Echo e il software a esso collegato, riporta all’anno una perdita che ammonta fino a 5 miliardi di dollari. I tagli dovrebbero essere i più alti della storia di Amazon e coinvolgere dipendenti che rappresentano meno dell’1% della forza di lavoro globale e il 3% dei dipendenti corporate.

Il New York Times ha precisato che il numero 10.000 non è certo, parlando di un numero che “rimane fluido” e che potrebbe dunque cambiare. Alla fine del 2019 la forza lavoro totale di Amazon era formata da 798.000 dipendenti. Al 31 dicembre del 2021, il numero era salito fino a 1,6 milioni di unità tra lavoratori full time e part time, in crescita di ben +102%.

I dati rimarcano il grande errore commesso da molte società della corporate America: quello di aumentare la forza lavoro in modo eccessivo, a fronte del reopening dell’economia dalla fase di lockdown da Covid, scommettendo sul boom della domanda.

Lo shock è arrivato il 24 febbraio del 2022, quando la Russia di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina cambiando i connotati dell’economia e scardinando gli equilibri geopolitici fino ad allora esistenti. L’inflazione ha iniziato a correre, costringendo le banche centrali a ritirare le misure accomodanti di stimoli che erano state lanciate nel periodo più nero della pandemia.

I rialzi aggressivi dei tassi della Fed e della Bce  hanno certificato la fine di quella liquidità monstre che, in diversi casi, aveva gonfiato il valore degli asset. Oltre che sui titoli, la crisi dell’hi-tech è stata dimostrata dai conti deludenti del terzo trimestre.

Amazon: capitalizzazione buca $1 trillion per prima volta dal 2020

Nel caso di Amazon, la trimestrale (riferita al terzo trimestre e diffusa a ottobre) ha scatenato la fuga degli investitori dal titolo, tra l’altro già in atto: nello stesso giorno della pubblicazione del bilancio, le quotazioni AMZN sono affondate di oltre il 13% e, per la prima volta dall’aprile del 2020 la capitalizzazione di mercato del gigante è scesa sotto la soglia di $1 trilione.

Il sell off si è prolungato per giorni e ha cancellato quasi tutto il rally che l’azione aveva incassato nel periodo del Covid. Proprio quella pandemia aveva fatto la fortuna di Amazon e di tante altre società che come core business avevano e hanno tuttora l’erogazione di servizi online.

Persone di tutto il mondo costrette a rimanere confinate dentro casa a causa delle misure di restrizione e di lockdown imposte dai vari governi si ritrovavano improvvisamente a fare la spesa online, a fare shopping online, a fare anche fitness online (vedi caso Peloton, illustre Covid Winner 2020).

Il 2020 si chiudeva parlando per l’appunto di titoli Covid Winner 2020: titoli di colossi – ma anche società minori hi-tech- che avevano riportato rally storici, beneficiando di un mondo in quarantena.

LEGGI ANCHE

Lockdown da Covid-19 ha Amazon-ificato il mondo. Nell’anno pandemico colosso Bezos fa più utili che in tre anni. Ma ora c’è spettro tasse Biden

Boom Big Tech: Amazon trionfa con mix COVID-lockdown, Apple sfonda $400 e annuncia stock split

Le cose hanno iniziato a cambiare con il reopening dell’economia: ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il deterioramento di quella stessa economia che era appena tornata a scattare dopo l’incubo del Covid. Deterioramento scatenato dalla guerra, che ha fomentato tra l’altro anche l’inflazione. Tutte le società del mondo si trovano ora alle prese con costi più alti, che non riescono a sostenere se non trasferendone una parte ai clienti finali, che pagano prezzi più alti. E che dunque spesso decidono di tenersi stretto il portafoglio.

Ma se i consumi si arrestano le aziende fanno meno ricavi, e a fronte dei costi, avendo meno entrate, iniziano a sforbiciare il numero dei dipendenti.

Momento drammatico in generale per i titoli FAAMG (Facebook ora Meta, Amazon, Apple, Microsoft, Alphabet di Google), che qualcuno ora ha ribattezzato GAMMA (Google, Amazon, Meta, Microsoft, Apple), visto il cambio di nome del colosso guidato da Mark Zuckerberg da Facebook a Meta Platforms.

Un articolo recente della Cnbc ha messo in evidenza come, nel corso dell’ultimo anno, i grandi titani del mondo Big Tech made in Usa abbiano sofferto una perdita di capitalizzazione di mercato pari a 3 trilioni di dollari.

Ma i licenziamenti non sono sicuramente prerogativa delle Big Tech. 

Da un sondaggio messo a punto da Crunchbase News è emerso che sono più di 67.000 i dipendenti del settore hi-tech Usa che sono stati licenziati, finora, nel corso del 2022.

Crunchbase ha riportato i nomi delle aziende che hanno annunciato i tagli, a partire dalla Big Tech Netflix, mettendo al contempo in evidenza anche i licenziamenti che hanno colpito la forza lavora di Robinhood, Glossier e Better.

Da Tesla a Microsoft fino a Snap e Robinhood: tutti gli annunci shock

Un altro articolo della Cnbc fa i nomi di altre società hi-tech che hanno annunciato i tagli, includendo anche le Big Tech Microsoft e Tesla:

  • Lyft (a casa il 13% del suo staff, o 700 dipendenti circa). In una lettera ai dipendenti, il ceo Logan Green e il direttore generale John Zimmer hanno motivato la decisione con “una probabile recessione nel corso dell’anno prossimo” e con l’aumento dei costi di assicurazione per la società che eroga servizi di trasporti privati, come Uber.
  • Stripe: il gigante dei pagamenti online ha licenziato il 14% circa del suo staff, che ammontava la scorsa settimana a 1.100 dipendenti circa.
  • Coinbase: la piattaforma di scambio crypto ha licenziato a giugno1.100 dipendenti, pari al 18% della sua forza lavoro full time.
  • Netflix ha annunciato due round di licenziamenti: a maggio, il colosso Usa di servizi di streaming TV ha eliminato 150 posti di lavoro dopo aver sofferto il primo calo in un decennio del numero degli abbonamenti. Alla fine di giugno, Netflix ha annunciato altri 300 a licenziamenti.
  • A ottobre, Microsoft ha confermato i tagli di poco meno dell’1% della sua forza lavoro. Colpiti quasi 1.000 dipendenti, srecondo un rapporto stilato da Axios.
  • Alla fine di agosto, Snap ha annunciato di aver licenziato il 20% della sua forza lavoro, mandando a casa più di 1000 dipendenti.
  • Robinhood: la società di brokerage americana ha tagliato il 23% del suo staff ad agosto, dopo aver licenziato il 9% della sua forza lavoro ad aprile. Il ceo Vlad Tenev ha parlato di “deterioramento del contesto macro, con l’inflazione al record degli ultimi 40 anni, accompagnata da un ampio crash del mercato delle criptovalute”.
  • A giugno, Tesla ha tagliato il 10% della sua forza lavoroMotivo, come aveva scritto Musk, “il fatto di avere troppi dipendenti in diversi settori”.

Complice, aggiungiamo noi, la sbornia da reopening che ha portato l’intera industria hi-tech made in Usa a scommettere ull’alba di una maxi ripresa dell’economia. Un sogno poi spezzato dalla guerra in Ucraina.