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Outlook 2018: Italia, regina dell’export, torna alla crescita

9 Gennaio 2018 10:57

 

 

 

A fine 2017 l’Italia si è rivelata la grande sorpresa tra i Paesi dell’Eurozona. Alla fine del terzo trimestre, il PIL è cresciuto dell’1,8% (anno su anno), mentre nei primi nove mesi la produzione industriale ha registrato il maggiore aumento tra i principali Paesi: +3 per cento.
Secondo Andrea Brasili, Macroeconomic Research di Amundi, questo risultato sarebbe il prodotto di una serie di azioni di politica economica attuate nel corso degli ultimi tre anni, il cui effetto più visibile si sarebbe visto sulla competitività del Paese. Secondo l’ICE (Istituto per il Commercio Estero), infatti, dopo una lunga fase di declino, la quota di esportazione del mercato italiano ha mostrato una chiara capacità di ripresa negli ultimi anni.

“Capacità – dice Brasili – sostenuta da cambiamenti che hanno riguardato sia il modello della domanda globale sia la struttura dell’economia italiana, con le industrie che si sono spostate verso un modello differente rispetto a quello tradizionale, grazie al quale sono cresciute in termini di dimensioni e sono diventate più competitive, divenendo esportatori diretti o entrando a far parte della catena del valore globale”.

 

Leader dell’export

 

A partire dal terzo trimestre del 2015, l’Italia ha registrato la percentuale di esportazioni più elevata all’interno dell’Eurozona. Nel complesso l’export italiano sta crescendo principalmente nei settori legati a una migliore qualità (per esempio nel settore del food) e in quelli caratterizzati da un’elevata componente tecnologica. “Le partite correnti sono positive e sono cresciute negli ultimi quattro anni, con il risultato anche di una significativa riduzione della posizione finanziaria netta del debito dell’Italia verso l’estero”, spiega Brasili.

 

Effetto PIR

 

Proseguirà questo momentum nel 2018? A conferma di questo trend, secondo lo strategist, vi è un fattore che dovrebbe essere tenuto in considerazione: il sistema finanziario del Paese. Più volte in passato sono state sottolineate le difficoltà per le imprese di risollevarsi dovendo contare su un sistema finanziario basato sul finanziamento delle banche. Negli ultimi anni, però qualcosa è cambiato: le operazioni di venture capital sono aumentate rivelando una ritrovata fiducia da parte degli investitori verso le imprese del nostro Paese.

Inoltre, alcune iniziative (quali i PIR e i mini bond) hanno favorito l’accesso al mercato dei capitali anche alle aziende di medie dimensioni che prima non avevano modo di accedere a questi finanziamenti.

Soprattutto i PIR, lanciati a inizio 2017, hanno dato slancio all’economia grazie al maggiore incentivo fiscale per i fondi investiti in parte sulle piccole e medie imprese italiane. La conseguenza positiva è stato un aumento delle IPO sul segmento AIM di Borsa Italiana.

Nonostante la situazione stia migliorando, occorre tenere a mente che le fondamenta sono fragili, costruite su oltre 20 anni di cattive performance con un rapporto debito/PIL che ha registrato un forte aumento negli anni della crisi, soprattutto a causa dell’assenza di crescita piuttosto che dell’andamento dei conti pubblici”, è il commento di Brasili.

 

Il futuro

 

Questa eredità, secondo la francese Amundi, complica le previsioni sull’Italia. Tuttavia i miglioramenti sopra citati, l’alleggerimento degli standard per l’erogazione dei finanziamenti da parte delle banche e una crescita sana dell’Eurozona lasciano spazio all’ottimismo. La crescita dovrebbe attestarsi quest’anno all’1,6% e dovrebbe scendere solo di poco nel 2018 e nel 2019 (rispettivamente all’1,4% e al 1,3%), non discostandosi dalle previsioni. Gli investimenti dovrebbero contribuire in modo importante alla crescita, in parte grazie agli incentivi fiscali che dovrebbero proseguire anche nel 2018.

L’inflazione poi dovrebbe rimanere a livelli bassi per effetto di una crescita dei salari modesta, dovuta alla disoccupazione ancora molto elevata (11,2%).

 

Elezioni di inverno

 

Come da copione, con le elezioni politiche fissate il 4 marzo, torna sotto i riflettori il rischio politico. Che ha – in questo caso – una sua giustificazione: sulla base dell’attuale legge elettorale, è infatti difficile che uno dei tre blocchi potrà ottenere la maggioranza. “Pertanto è probabile che assisteremo a nuovi compromessi e coalizioni che riporteranno una certa continuità, soprattutto se l’economia performerà bene”, dice lo strategist, secondo il quale rimane però aperta la questione delle relazioni con la Commissione Europea e con l’Eurogruppo, fondate principalmente sulla fiducia (“Fiducia che, chiaramente, potrebbe venire meno nel momento in cui il nuovo governo decidesse di rivedere regole, approcci e politiche”).
“Nonostante ciò, se l’economia non deluderà, il rapporto debito/PIL potrebbe muoversi in una chiara traiettoria  discendente. E tale scenario potrebbe aprire la strada a un repricing del rischio connesso alle attività italiane”, conclude Brasili.