Notizie Notizie Italia Mps, la banca chiama, il mercato non risponde. E così le Fondazioni Nord pronte a scendere in campo con l’amaro ricordo del Fondo Atlante

Mps, la banca chiama, il mercato non risponde. E così le Fondazioni Nord pronte a scendere in campo con l’amaro ricordo del Fondo Atlante

Fondazioni del Nord in campo per la buona riuscita dell’aumento di capitale di Mps da 2,5 miliardi di euro: operazione partita lo scorso lunedì 17 ottobre che non sta andando per il verso giusto. Oggi le azioni azzardano la ripresa, sulla scia delle ultime indiscrezioni che vedono protagonista il mondo delle fondazioni, ma il trend delle ultime sessioni, insieme a quello dei diritti di opzione, è stato decisamente negativo. Tanto che il valore delle azioni a Piazza Affari è sceso anche sotto la soglia di 2 euro, fattore che allontana ulteriormente gli operatori di mercato da una eventuale idea di sottoscrivere l’aumento di capitale: perchè farlo, visto che è decisamente meglio acquistare il titolo a Piazza Affari?

Ieri il titolo del Monte dei Paschi ha chiuso in ribasso del 2,01% a 1,95 euro: il che significa che la banca vale 20 milioni.

Ancora peggio i diritti di opzione, che hanno sofferto un tonfo pari a -76,2% a 0,2 euro, ampliando le perdite a -97,5%  dal giorno in cui sono sbarcati in Borsa.

Praticamente, il valore dei diritti di opzione va verso l’azzeramento, a conferma di come l’aumento di capitale di Mps non abbia sollevato un interesse da parte dei potenziali investitori. Con Borsa Italiana che ha applicato un fattore di rettifica di 0,20837017, lunedì scorso le nuove azioni sono partite a Piazza Affari al valore teorico di 2,063 euro, mentre i diritti di opzione a 7,837 euro.

L’ultimo giorno di adesione all’aumento di capitale è il 31 ottobre 2022: i tempi stringono, e c’è il rischio di un flop. Flop che, nell’immediato, avrebbe ripercussioni soprattutto su quelle migliaia di dipendenti che hanno presentato domande di uscita su base volontaria.

Rispetto ai 3.500 dipendenti stimati in precedenza, i dipendenti del Monte che  vogliono darsi alla fuga dalla banca senese sono 4.125, di cui 4.005 per il gruppo Mps e 120 come distaccati extra gruppo.

Nelle ultime ore la banca capitanata da Luigi Lovaglio ha reso noto di avere “un orientamento positivo” nei confronti delle richieste dei sindacati aventi per oggetto l’accoglimento integrale delle domande di uscita. Ma l’orientamento positivo è subordinato alla buona riuscita dell’aumento di capitale. E questo ieri Lovaglio lo ha precisato nel dare l’ok agli esodi incentivati: orientamento positivo, ha detto, “fermo restando il completamento del processo legato all’aumento di capitale e le decisioni che a riguardo saranno assunte dal C.d.A., unitamente alla definizione del piano gestionale di sostituzione dei colleghi legato alla riorganizzazione aziendale”. Detto questo, dopo una riunione con i sindacati, Mps – hanno riferito i sindacati stessi – “ha comunicato la volontà di avviare intanto il processo di regolarizzazione amministrativa nei confronti di tutti i colleghi proponenti domanda”.

Andrea Lisi di Equita SIM riassume in una nota le novità sulla ricapitalizzazione del Monte di Stato (in quanto banca che ha come azionista di maggioranza proprio lo Stato, il Tesoro) :

“Secondo quanto riportato da diversi articoli di stampa, Mps sarebbe disponibile ad accogliere le richieste di uscite volontarie eccedenti i target di piano, considerando che, a fronte di 3500 uscite previste, sono pervenute 4125 domande. Gli accantonamenti per le uscite volontarie, che peseranno sui conti 2022 di MPS, sono attesi quindi aumentare dagli 800 milioni previsti a piano a poco meno di 1 miliardo, a fronte di risparmi costi sul personale visti ora a c.300 milioni annui (da precedenti 270 milioni)”. Lisi aggiunge che, “nel frattempo, per quanto riguarda l’aumento di capitale, secondo quanto riportato da MF e Il Sole 24 Ore, è attesa la partecipazione delle fondazioni Compagnia di San Paolo, Cariplo, Fondazione CRT e Fondazione CRC per una ammontare complessivo che potrebbe arrivare a 45 milioni circa”.

Della partecipazione delle Fondazioni del Nord parla anche un articolo de Il Corriere, facendo per l’appunto i nomi di Cariplo, Crt e Compagnia di San Paolo, fondazioni a cui se ne affiancherebbero anche altre, “al lavoro per valutare la ripatrimonializzazione dell’istituto”.

Il Corriere continua, sottolineando che, “se le consultazioni andranno a buon fine — visto che nei singoli board si registrano ancora divergenze — già oggi si dovrebbe conoscere l’importo che sottoscriveranno le grandi fondazioni bancarie del Nord nell’ambito dell’aumento di capitale di Mps. È stato un fine settimana di scambi intensi tra il ceo Luigi Lovaglio e questi enti che sembrano ormai intenzionati a entrare in partita”.

Viene citata in particolare “la Compagnia di San Paolo, presieduta da Francesco Profumo, che è anche al vertice di Acri”.

La Fondazione “starebbe studiando i limiti legislativi della partecipazione, dato che la sua quota in Intesa Sanpaolo, sia diretta sia in gestione, vale il 34% del patrimonio (il protocollo Acri-Mef vincola l’investimento della propria ricchezza a non oltre il 30% su un singolo asset, in questo caso quello creditizio)”.

Un eventuale impegno delle Fondazioni del Nord si unirebbe a quello delle Fondazioni toscane:

“CariFirenze e Siena con 10 milioni a testa, Carilucca con 7, Pistoia con 3” e le fondazioni finirebbero per ricoprire il ruolo di sub-garante dell’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena. Il che significa che si unirebbero alla platea di investitori che si sono esposti fino a coprire, dei 900 milioni di capitali privati che Mps doveva rastrellare, una somma di 500 milioni in caso di inoptato, ovvero di mancata sottoscrizione delle azioni.

Tra di loro ci sono gli obbligazionisti che hanno fatto shopping dei bond Tier 2 della banca e che non vogliono certo rischiare che l’aumento di capitale faccia flop: in quel caso, scatterebbe infatti il burden sharing. Sub-garanti sarebbero in particolare i fondi -stando a quanto ha riportato Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi -, “come Pimco, BlueBay, Malquart, che nel complesso tireranno fuori una cifra vicino ai 200 milioni” e, anche,  gli investitori-chiave Axa (per circa 200 milioni), Algebris, Denis Dumont, Andrea Pignataro (Cedacri e Cerved).

Questi fondi e investitori, insieme alle Fondazioni, si impegnerebbero a intervenire con 500 milioni circa l’inoptato. Se poi questa sub-garanzia non fosse sufficiente, interverrebbero le banche del consorzio Mediobanca, Credit Suisse, BofA, Citi, Credit Suisse e i joint bookrunner SocGen, Sitfel, Santander e Barclays.

Per le Fondazioni la scelta non è certo semplice: se è vero che la storia insegna, la loro partecipazione al salvataggio di Mps rischierebbe di essere un disastro simile a quello che, così lo bollò qualche anno fa l’Espresso, “il disastro del credito”.

Il riferimento era ai sei miliardi di euro bruciati delle fondazioni che avevano aderito al Fondo Atlante.

Le stesse banche Intesa SanPaolo e UniCredit avevano pagato non poco i contributi versati al fondo Atlante per il salvataggio delle banche venete e per rimettere in sesto il sistema bancario italiano.

Tornando alle fondazioni bancarie che potrebbero blindare Mps, Il Messaggero ha pubblicato un articolo in cui rivela che sono dieci le fondazioni pronte a sostenere l’aumento di capitale, per un contributo fino a 70 milioni, oltre a quelle che hanno già annunciato la loro partecipazione.

Nelle prossime ore, 10-11 enti dovrebbero deliberare la partecipazione al rafforzamento patrimoniale di Siena” – si legge nel quotidiano romano che aggiunge che, dopo l’impegno delle fondazioni di Firenze, Mps, Lucca, Pistoia e Pescia per un totale di 30 milioni, pari a circa il 2% del capitale, “da ieri anche la Compagnia di SanPaolo, prima azionista di Intesa SanPaolo con il 6,12%, è entrata nella partita del Palio: il comitato di gestione ha deliberato un investimento di circa 10 milioni”.

Rendendo poi noto che “oggi sarà la volta di Fondazione Cariplo, secondo socio di Intesa con il 5%, Crt, presente nel capitale di UniCredit (1,65%) e Banco BPM (1,8%) e probabilmente di Cuneo, azionista di Intesa (0,6%) post fusione con Ubi”.

Ci sarebbe l’interesse a partecipare anche da parte della fondazione di Modena, che possiede lo 0,51% di UniCredit, così come della fondazione di di Forlì (0,2% di Intesa), e di Cariverona, che è presente in UniCredit (1,8%), e Banco BPM (0,6%).

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