Notizie Notizie Mondo Moody’s: La Cina incassa un downgrade. Ma il rating giusto è quello delle banche  

Moody’s: La Cina incassa un downgrade. Ma il rating giusto è quello delle banche  

 

Poco tempo fa l’agenzia Moody’s ha tagliato il rating della Cina. Secondo Carl Wong, senior portfolio manager di RAM Active Investment, si tratta di un downgrade singolare, sia dal punto di vista dell’orientamento che delle tempistiche. “Abbiamo assistito a un processo di riduzione della leva finanziaria da parte del Governo cinese sin dall’ottobre 2016 e di conseguenza, Moody’s, con tale decisione, sembra avere lo sguardo rivolto allo specchietto retrovisore, piuttosto che alla strada di fronte a sé”, spiega Wong. Che aggiunge: “Inoltre, se si analizza il commento dell’agenzia di rating nel dettaglio, sembra che venga utilizzato un tono rassicurante, piuttosto che allarmante”.

Discrasia di Moody’s

Come spiega ancora lo strategist, sebbene il rating sovrano sia stato declassato di un grado, da Aa3 ad A1, i rating di tre banche a controllo pubblico di primaria importanza (ovvero ICBC, BOC, CCB) rimangono invariati. Non solo. I loro outlook sono stati rivisti e sono passati da negativi a stabili. “Considerando questa decisione da sola, sembra che Moody’s sia a suo agio con i rischi del sistema finanziario cinese, mentre per gli operatori di mercato pare essere una fonte di rischio”, dice Wong.

La reazione dei mercati

La reazione dei mercati, inoltre, sembrerebbe dimostrare che Moody’s ha tenuto un punto di vista rivolto al passato: subito dopo il declassamento, i CDS (Credit Default Swap) cinesi a 5 anni hanno avuto una reazione impulsiva, salendo di circa 5-6 punti base, per poi restringersi e tornare intorno al livello precedente. In maniera simile, i titoli obbligazionari Investment Grade cinesi hanno scambiato seguendo lo stesso schema. Come spiega Wong, qualche mese fa il 77% degli acquirenti del credito asiatico erano investitori locali. Tale cifra può essere ulteriormente scomposta: il 92% per l’High Yield cinese, il 75% per l’Investment Grade, l’85% per i titoli bancari e il 71% per i titoli quasi sovrani. “In altre parole – dice Wong – anche se gli investitori europei e statunitensi potrebbero reagire in maniera maggiormente negativa alla decisione di Moody’s, chiunque sia a conoscenza di tali fattori tecnici potrebbe decidere di conservare i titoli o di acquistarne altri. Per coloro che invece non lo sono, i titoli potenzialmente messi in vendita saranno assorbiti velocemente dalla domanda da parte di investitori asiatici”. In altre parole, Moody’s può sostenere qualsiasi cosa, ma ciò che interessa maggiormente ai gestori è la reazione dei mercati.

Anno di transizione del potere

“In poche parole, riteniamo che il comportamento del Governo cinese dovrebbe essere apprezzato, piuttosto che punito, dal mercato – afferma Wong – Sta infatti tentando di eliminare l’eccessiva leva finanziaria dal sistema, senza produrre un impatto troppo negativo sull’economia. Riteniamo che questa sia la cosa più saggia da fare in un anno come il 2017, che è un anno di transizione del potere con il 19esimo Congresso del Partito Comunista che si terrà in autunno”. Secondo il gestore il mercato si sarebbe convinto che l’economia cinese possa mantenere una certa stabilità al di là dei giudizi di Moody’s. Confidando in ciò, il Governo è fortemente determinato a risolvere il problema strutturale dell’eccessiva leva finanziaria, dato che l’impatto netto sul mercato sarebbe limitato, in un momento in cui vi è la massima fiducia. “Per questi motivi, l’intervento di Moody’s, piuttosto che lanciare un segnale d’allarme sulla Cina, rappresenta un’opportunità per comprare sui minimi”, conclude Wong.