Notizie Notizie Mondo La fuga dall’azionario continua alla ricerca del bottom. Investitori fanno incetta di cash e Treasuries

La fuga dall’azionario continua alla ricerca del bottom. Investitori fanno incetta di cash e Treasuries

Sì a cash e bond, mentre dall’azionario, incapace di trovare il fondo-bottom o anche Big Low, si continua a scappare. E’ quanto emerge dalla nota settimanale di Bank of America Securities appena diramata, che commenta i dati sui flussi in entrata e uscita nei e dai vari fondi compilati dall’EPFR, società che raccoglie i numeri sui flussi nei fondi e sull’allocazione.

Dal report emerge che gli investitori hanno cercato rifugio nei Treasuries Usa e nel cash, scaricando al contempo azioni e anche oro. Per la precisione, citando i dati EPFR, Bank of America ha reso noto che, nella settimana terminata il 6 luglio, ben $62,6 miliardi sono andati a favore del cash, mentre $2,4 miliardi nelle obbligazioni.

A tal proposito, l’incetta dei Treasuries Usa è stata la più forte, su base settimanale, delle ultime otto settimane mentre la fuga dall’azionario dei mercati emergenti è stata la più importante nello stesso arco temporale.

“La verità, semplicemente, è che il secondo semestre molto probabilmente sarà caratterizzato dal rallentamento della crescita e dall’aumento dei tassi”, hanno scritto gli analisti di Bank of America guidati da Michael Hartnett –I mercati orso terminano con una recessione o con un evento che porta la Fed a ribaltare la sua politica…il mercato orso non è finito e il Big Low (grande minimo) deve essere ancora toccato”.

Nelle ultime settimane diversi sono stati gli interrogativi sulla possibilità che il fondo,o anche ‘bottom’ o per l’appunto Big Low per l’azionario, sia stato toccato o meno.

Nel secondo trimestre del 2022 lo S&P 500 è capitolato di oltre -16%, concludendo il trimestre peggiore dal 2020, in particolare dall’inizio dell’allarme globale sulla pandemia Covid-19. L’indice è scivolato nel secondo trimestre in mercato orso, a un valore inferiore di oltre -21% rispetto al precedente record testato all’inizio di gennaio. Il Dow Jones Industrial Average è crollato dell’11,3% nel secondo trimestre, portando le perdite dall’inizio dell’anno a oltre -15%; il Nasdaq Composite ha sofferto il peggiore trimestre dal 2008, con un tonfo pari a -22,4%, confermando per l’appunto la fase di bear market.

Tra i bearish convinti che il Big Low non sia stato ancora testato dalle azioni, attenzione al commento di Shane Oliver, capo economista di AMP, secondo cui i mercati “rimarranno vulnerabili almeno fino a quando non ci sarà maggior certezza sulla capacità delle economie di schivare una recessione”. E comunque, “anche se non ci sarà una recessione, assisteremo a un rallentamento significativo della crescita del Pil globale, della crescita in Asia, fattore che andrà a pesare sui profitti delle società. Dunque, sospetto che ci sia un ulteriore margine di ribasso per l’azionario, ha aggiunto Oliver.

Secondo Oliver, i mercati azionari potrebbero toccare il fondo soltanto a ottobre o novembre: “Sono ancora ottimista in un arco di 12 mesi, ma per i prossimi tre-quattro mesi, credo che ci sia un ulteriore downside”.

Insomma, nonostante i forti sell off, il bottom non sarebbe stato ancora toccato. Il che significa ulteriori sell, alla ricerca quasi disperata che venga toccato il Big Low e che l’azionario possa risalire finalmente dal fondo.

Riguardo all’azionario globale c’è da dire che, dopo l’emorragia che ha caratterizzato l’intero semestre dell’anno, molti analisti ribadiscono che – come è indicativo anche nell’ultima nota sull’Equity diramata da Barclays – Wall Street sarebbe più a rischio delle borse europee.

Bank of America ha fatto notare infine che un parametro che misura il modo in cui gli investitori si posizionano sui mercati si è attestato per la quarta settimana consecutiva in una condizione “estremamente bearish”, per la quarta settimana consecutiva. In particolare, sono stati rilevati per la 21esima settimana consecutiva i flussi in uscita dai fondi azionari europei, mentre dai mercati emergenti la fuga è proseguita per le ultime 13 settimane.

Curioso anche il parametro che misura la volatilità presente sui mercati dei Treasuries Usa, che si è confermato superiore a quota 150 punti: è stata l’11esima volta che ciò è avvenuto negli ultimi 35 anni, e la notizia non ha nulla di positivo, in quanto questi livelli coincidono con fasi di recessione o default.

I mercati continuano a pendere dalle labbra delle banche centrali: negli ultimi giorni ad angosciare gli investitori, in generale, non è stato più tanto il timore di ulteriori accelerazioni dell’inflazione, ma la preoccupazione per l’avvento di una recessione, proprio a causa delle strette monetarie che le banche centrali stanno portando avanti (nel caso della Fed) e sono prossime ad avviare (nel caso della Bce) per combattere la fiammata dei prezzi.

Si teme che i rialzi dei tassi finiscano per essere molto, troppo aggressivi perché le economie possano affrontarli. Occhio in tal senso alle minute del Fomc, il braccio di politica monetaria della Fed, relative all’ultima riunione del 15 giugno, quando la banca centrale Usa guidata da Jerome Powell ha alzato i tassi di 75 punti, al nuovo range compreso tra l’1,50% e l’1,75%, procedendo alla stretta monetaria più forte dal 1994. Dalle minute sono emerse indicazioni cruciali su ciò che la Fed di Jerome Powell potrebbe annunciare nella prossima riunione del 26-27 luglio. Lo stesso rischio di un aumento dei tassi più corposo è emerso dai verbali della Bce, che hanno anche dato un nome allo scudo anti-spread salva Btp che l’Eurotower si appresta ad annunciare nel prossimo meeting del 21 luglio.