Notizie Valute e materie prime Goldman Sachs: l’Opec deve fare di più per spingere al rialzo il greggio

Goldman Sachs: l’Opec deve fare di più per spingere al rialzo il greggio

Goldman Sachs rivede al ribasso la view sul WTI. Quelli che una volta erano conosciuti come i perma-bulls (i tori permanenti) del comparto delle commodity, hanno annunciato di aver ridotto la stima a tre mesi sul greggio statunitense, il West Texas Intermediate, da 55 a 47,5 dollari il barile. “La forte ripresa delle trivellazioni di shale-oil e l’inattesa ripartenza della produzione in Libia e Nigeria sono destinate a rallentare il processo di riduzione degli stock nel 2017”, riporta una nota del colosso newyorkese.

I due Paesi africani sono esentati dal piano Opec che punta a togliere 1,8 milioni di barili giornalieri dal mercato. Secondo le autorità libiche, ogni giorno vengono estratti 900 mila barili di petrolio, il livello maggiore dal 2013, mentre l’output nigeriano, dopo 16 mesi, si è finalmente lasciato alle spalle la questione dei sabotaggi agli impianti riportandosi ai livelli abituali.

“Quando, nel prossimo mese di marzo, terminerà il piano di riduzione della produzione Opec, il processo di normalizzazione delle scorte potrebbe non essere completato. Ci attendiamo che questo contesto confermi i prezzi intorno ai 45 dollari fino a quando non ci saranno prove di un calo delle trivellazioni orizzontali negli Stati Uniti, di un calo sostenuto delle scorte e di tagli alla produzione supplementari da parte dell’Opec”.

“L’approccio finora adottato dall’Opec, simile a quello di una banca centrale, si è dimostrato controproducente visto che la produzione è stata tagliata troppo poco e ci sono state troppe rassicurazioni”.

Per tenere fede alla tradizione, gli analisti dell’istituto fondato  da Marcus Goldman e da Samuel Sachs si definiscono “ciclicamente rialzisti in un contesto strutturalmente ribassista” alla luce del calo generalizzato degli stock, di una domanda solida, di possibili nuove misure da parte dell’Opec e dai crescenti costi che si trova ad affrontare il comparto negli Stati Uniti.

“Per il 2018, riteniamo che la curva a dei prezzi a termine nei pressi dei 45 dollari al barile dovrebbe portare a una riduzione dell’attività di ‘shale’ visto il calo dei flussi di cassa, le attese sui prezzi futuri e l’impatto sui ritorni attesi, sui costi di finanziamento e sull’attività innescato da livelli di indebitamento attesi più elevati”.