Notizie Indici e quotazioni Cina: mercato azionario ai massimi da 18 mesi dopo inclusione nell’indice MSCI Emerging Markets

Cina: mercato azionario ai massimi da 18 mesi dopo inclusione nell’indice MSCI Emerging Markets


L’inserimento delle azioni di categoria A (A Shares) nell’indice MSCI Emerging Markets spinge l’azionario dell’ex Regno di Mezzo ai massimi da 18 mesi. Nonostante l’ingresso di solo 222 società (rispetto alle 448 originariamente previste), l’inclusione, al quarto tentativo, rappresenta una questione fondamentale per le autorità cinesi perché sintomatica dei progressi compiuti dal Paese e anticipatrice di una ricalibrazione degli investimenti gloobali in direzione di Pechino.

Finora, solo le azioni quotate offshore a Hong Kong o negli Stati Uniti (come colossi del calibro di Alibaba e Tencent) erano comprese nell’indice (con una quota del 27%). L’inclusione inizierà in due fasi: la prima a maggio 2018 e la seconda nel mese di agosto del prossimo anno. MSCI ha inoltre annunciato che la quota di A-Shares potrebbe crescere nel caso di un maggiore grado di liberalizzazione dei mercati cinesi.

In questo contesto, oggi il CSI300, l’indice che raggruppa le 300 maggiori azioni quotate a Shanghai e Shenzhen, ha terminato ai massimi dal dicembre del 2015 in quota 3.590 punti. Nonostante i mercati azionari e obbligazionari cinesi occupino rispettivamente la seconda e la terza posizione a livello mondiale, i listini di Shanghai e Shenzen hanno una capitalizzazione di mercato aggregata superiore a 6 trilioni di dollari, meno del 2% del totale è rappresentato da investimenti esteri.

Quello messo in campo da MSCI, “rappresenta l’avvio di un processo che porterà le azioni cinesi ad acquisire rilievo nei portafogli globali, in linea con le dimensioni e il valore del mercato domestico e con della sua economia”, ha detto Helen Wong, n.1 di HSBC per le operazioni nell’area Greater China.

Per Mike Shiao, Chief Investment Officer di Invesco, si tratta di un “segnale di allarme per gli investitori globali […], chiamati a ripensare le loro allocazioni strategiche verso la Cina e a realizzare che le azioni offshore cinesi non rappresentano l’intera economia”.