Notizie Notizie Italia Atlantia verso il delisting: sale a 12 il numero delle società che lasceranno la Borsa quest’anno

Atlantia verso il delisting: sale a 12 il numero delle società che lasceranno la Borsa quest’anno

Via libera al delisting di Atlania. L’OPA sulle totalità di azioni della holding, promossa dal veicolo Schema Alfa ha superato il 90% del capitale sociale. Lo rende noto lo stesso veicolo ricordano che la riapertura dell’offerta, avviata lo scorso 21 novembre, si chiude oggi 25 novembre 2022 alle 17.30 (ora italiana). Nel corso del periodo di riapertura dei termini dell’offerta – spiega la nota – risulta portato in adesione un ulteriore 2,609% del capitale, “pertanto, alla data odierna Schema Alfa verrebbe a detenere più del 90% del capitale sociale e, conseguentemente, sarà consentito arrivare al delisting”. Schema Alfa ricorda che l’offerta “è finalizzata a ottenere il delisting, a cui intende dare esecuzione non appena possibile nelle settimane successive”.

Atlantia esce dalla Borsa di Milano

L’acquisizione di Atlantia taglierà altri 19 miliardi di euro dal valore della Borsa di Milano e porterà a 12 il numero di società che lasceranno la Borsa quest’anno, alimentando i timori sulla sua tenuta. I legislatori e le autorità di regolamentazione vogliono invertire la tendenza e rafforzare il ruolo della Borsa Italiana, che ha 200 anni, nel cuore dell’economia italiana. Come riporta Reuters, Barbara Lunghi, responsabile delle quotazioni azionarie in Italia del proprietario del mercato Euronext, sostiene che essere un’azienda quotata e avere investitori esterni spinge le imprese a innovare e a svilupparsi. “Dà alle aziende quella marcia in più che aiuta a guidare la crescita”, ha detto Lunghi. Ma il problema ha radici profonde: molte aziende italiane a conduzione familiare non sono disposte a cedere il controllo quotando le loro attività, a meno che non abbiano bisogno di liquidità per M&A o altre strategie di espansione.

La Consob, organo di vigilanza del mercato, ha approvato quest’anno misure per semplificare le procedure di approvazione dei prospetti delle IPO, consentendo anche di presentarli in inglese.

Sempre con l’obiettivo di accelerare il cambiamento, quest’anno l’Italia ha iniziato a studiare come rivedere le proprie regole di quotazione, di voto e di altro tipo per affrontare i problemi che frenano i mercati dei capitali del Paese – anche se questo processo è stato congelato dal cambio di governo.

Borsa Milano: è gran esodo

Finora quest’anno 11 società hanno abbandonato Euronext Milano, tra cui la holding della famiglia Agnelli, Exor, che si è trasferita alla borsa di Amsterdam, dove tra l’altro è legalmente registrata.

L’operatore stradale e aeroportuale Atlantia se ne va dopo che l’acquisizione da parte della famiglia Benetton e di Blackstone ha superato giovedì la soglia di consenso del 90%. L’operatore di catering Autogrill dovrebbe essere delistato dopo una fusione con la svizzera Dufry, mentre il destino del calzaturificio Tod’s rimane incerto dopo il fallimento di un’offerta di acquisto da parte del suo principale azionista.

Anche CNH Industrial, le cui azioni sono quotate sia a Milano che a New York, sta valutando la possibilità di porre fine alla doppia quotazione e di concentrarsi sul NYSE.

La privatizzazione delle società quotate è una tendenza più ampia condivisa da molte borse europee, in quanto i prezzi bassi e la disponibilità di denaro a basso costo l’hanno resa conveniente.

Il lato positivo è che quest’anno quattro società sono entrate nel mercato principale di Euronext Milano, tra cui il produttore di autocarri Iveco, frutto di uno spin off e altre due società sono passate dal più piccolo Euronext Growth Milan. La situazione è più sana per lo stesso Euronext Growth Milan, un mercato dedicato alle piccole e medie imprese con requisiti minimi di accesso. Nel 2022 ha contato 18 nuove quotazioni, ma la capitalizzazione complessiva del mercato è molto bassa.

La scarsità di IPO italiane è un problema perenne. Negli ultimi 20 anni, il mercato principale ha perso 268 società quotate e ne ha guadagnate solo 185, secondo una ricerca di Intermonte pubblicata a marzo. Al contrario, il mercato delle PMI, meno regolamentato, ha attirato 263 società quotate e ha visto 68 delisting.

Il fatto che ci siano relativamente poche società quotate in borsa ha le sue radici nella storia del Paese, ha affermato Andrea Beltratti, professore di Economia politica all’Università Bocconi di Milano. Secondo Beltratti, l’Italia non ha una lunga tradizione di finanza azionaria e la sua economia è stata relativamente debole negli ultimi 20 anni.

La forte presenza di banche e altri intermediari finanziari in Italia ha soppiantato il ruolo dei mercati, per cui le aziende hanno spesso preferito chiedere finanziamenti a loro. “I vantaggi di essere quotati sono la facilità di raccogliere capitali e la reputazione (posizione), ma ci sono anche dei costi, associati alla regolamentazione, alla necessità di trasparenza e alle numerose interazioni con gli investitori”, ha detto Beltratti. “Non credo che questi problemi possano essere risolti in mesi o addirittura anni, perché si tratta di una questione culturale”, ha concluso Beltratti.