Notizie Notizie Mondo Agenda della prossima settimana: focus torna sui dati macro. Attenzione all’andamento dell’inflazione

Agenda della prossima settimana: focus torna sui dati macro. Attenzione all’andamento dell’inflazione

Archiviata, per ora, la saga delle Banche centrali, gli operatori tornano a maneggiare gli indici macroeconomici. Nella settimana che inizia il prossimo 13 novembre, sono in arrivo gli aggiornamenti relativi l’andamento dei prezzi al consumo di Eurozona, Gran Bretagna, Stati Uniti, le indicazioni sul mercato del lavoro di Australia e Regno Unito e le vendite al dettaglio di Cina, UK e USA.

Martedì 14 l’appuntamento è con il Pil di Eurolandia, che dovrebbe confermare il buon momento dei Paesi aderenti la moneta unica. Secondo le stime diffuse qualche giorno fa dalla Commissione europea, nel 2017 la Zona Euro farà segnare una crescita del 2,2%, il risultato maggiore degli ultimi 10 anni. Nel 2016 l’indice si era attestato all’1,8% e a maggio l’esecutivo comunitario aveva stimato un +1,7%. Per il dato relativo il terzo trimestre, gli analisti si attendono un +2,5% annuo.

Giovedì sarà invece il turno del dato definitivo relativo l’andamento dei prezzi al consumo. Il dato dovrebbe confermare il +1,4% evidenziato dalla stima preliminare, inferiore rispetto al +1,5% di settembre. Tra gli altri dati in agenda troviamo il tedesco Zew e la produzione industriale europea (entrambi martedì).

Spostandoci Oltremanica, la premier Theresa May ha annunciato ora e data della Brexit: alle 23 del 29 marzo 2019 (quando a Bruxelles sarà mezzanotte), la Gran Bretagna sarà fuori dall’Unione. Stando alla Commissione UE, Londra nei prossimi due anni farà segnare tassi di crescita più bassi di quasi tutti i Paesi europei: il dato 2017 è stato portato dall’1,8 all’1,5% mentre per il 2018 e il 2019 la “Perfida Albione” segnerà rispettivamente un +1,3 e un +1,1%.

Martedì arriverò l’aggiornamento sull’inflazione, vista in aumento dal 3 al 3,1%, mercoledì focus sui dati relativi il mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione è stimato stabile al 4,3%, e il giorno dopo l’appuntamento è con le vendite al dettaglio, attese in calo annuo dello 0,8%. Nel caso in cui i prezzi al consumo dovessero risultare superiori al 3%, il governatore della Bank of England, Mark Carney, dovrà scrivere una lettera all’esecutivo per spiegare i motivi dietro l’accelerazione dei prezzi.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, dove il prossimo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve è già in calendario per il meeting di dicembre, l’appuntamento è per mercoledì, quando inflazione e vendite al dettaglio dovrebbero rispettivamente mettere a segno un +0,1% mensile e un +2% annuo. Giovedì sarà la volta delle nuove richieste di sussidio e della produzione industriale mentre venerdì riflettori puntati sull’accoppiata permessi di costruzione e avvio nuovi cantieri: i primi sono stimati in aumento a 1,24 milioni mentre i secondi dovrebbero scendere a 1,18 milioni.

In Cina, gli investimenti in capitale fisso a settembre hanno fatto segnare il livello minore da 17 anni e a settembre, il dato è in agenda per martedì, dovrebbero rallentare ulteriormente dal 7,5 al 7,4 per cento. Sempre martedì, è prevista la pubblicazione degli indici relativi l’andamento del comparto industriale cinese e l’aggiornamento sulle vendite al dettaglio: il consenso è fissato al 6,3 e al 10,4 annuo.

Dal Giappone mercoledì arriverà l’aggiornamento sul Pil, che con un +1,3% annuo dovrebbe segnare il settimo trimestre consecutivo di crescita dell’economia, la serie maggiore degli ultimi due decenni. Il dato, che potrebbe permettere al Nikkei di aggiornare i massimi degli ultimi 25 anni, non dovrebbe muovere più di tanto lo yen visto che la Bank of Japan che non ha nessunissima intenzione di ridurre gli stimoli.

Chiudiamo con l’Australia, che giovedì presenterà i dati relativi l’andamento del mercato del lavoro: l’occupazione è vista in aumento di 15 mila unità, il tasso di partecipazione dovrebbe confermarsi al 65,2% e il tasso di disoccupazione è stimato in aumento dal 5,5 al 5,6%. Come in tutte le altre economie sviluppate, miglioramenti dal fronte occupazionale non si sono ancora tradotti in incrementi delle retribuzioni.