Notizie Notizie Italia Mps, aumento di capitale in bilico. La corsa agli ostacoli di Lovaglio per convincere il mercato che non c’è

Mps, aumento di capitale in bilico. La corsa agli ostacoli di Lovaglio per convincere il mercato che non c’è

Mps e l’aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro: le banche del consorzio di garanzia impegnate alla sottoscrizione delle azioni di nuova emissione del Monte di Stato sono sul punto di gettare la spugna? L’operazione di ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena ha fatto flop prima ancora di iniziare?

Il Financial Times riassume la girandola delle indiscrezioni degli ultimi giorni, ripresentando il dramma Mps:

“I vertici del Monte dei Paschi potrebbero iniziare a esplorare scelte diverse da quella dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, dopo che alcune delle banche (del consorzio di garanzia della ricapitalizzazione) hanno indicato di non essere disponibili ad assorbire l’inoptato che emergerebbe nel caso in cui i capitali privati non partecipassero” all’operazione.

Burden sharing è l’espressione che ossessiona da giorni  Mps, l’intera città di Siena, l’Italia, l’imminente governo Meloni e le vittime più illustri, ovvero i detentori dei bond subordinati che verrebbero sacrificati all’altare del Monte.

Intanto, il Corriere della Sera mette in evidenza tutta l’urgenza per la riuscita dell’operazione, sottolineando come il ceo Luigi Lovaglio debba “trovare 400 milioni entro martedì sera”, al fine di lanciare l’aumento il prossimo 17 ottobre.

Per poter aprire l’operazione in quella data serve una settimana da centometrista – si legge nel quotidiano – Messe alle spalle le trattative, siamo giunti al momento della sottoscrizione degli impegni. Ottenuta la costituzione del consorzio, con firme in arrivo anche all’ultimo momento, il Monte dei Paschi riunirà, con ogni probabilità domani, martedì 11 (domani), il consiglio di amministrazione per l’approvazione degli ultimi fondamentali dettagli dell’operazione. Mercoledì 12 verranno presentate alla Consob le integrazioni al prospetto informativo dell’aumento di capitale, che la Commissione probabilmente esaminerà nella riunione di giovedì 13. È l’ultima data utile per permettere di aprire l’aumento di capitale lunedì 17. Se tutto filerà liscio, ma le variabili in gioco sono ancora molte, fra una settimana Lovaglio potrà tirare un parziale sospiro di sollievo. Molto resterà ancora da fare, ma il passo più importante sarà compiuto. Per arrivarci però bisogna trovare almeno quattrocento milioni di euro entro domani e ottenere il via libera della Consob, atteso tra giovedì e venerdì”.

E quando si dice almeno 400 milioni, si intende dire che deve essere raccolta minimo una tale cifra anche perchè, un banchiere interpellato dall’FT ha fatto qualche conto, arrivando alla seguente conclusione: “Per ogni euro a cui si impegna un investitore privato, il Tesoro può investire 1,78 euro. Di conseguenza, se gli investitori si impegnassero a versare 400 milioni di euro, il Tesoro potrebbe iniettare 712 milioni di euro, e con l’aumento di capitale si raccoglierebbero 1,2 miliardi di euro: una somma inferiore al target” (di 2,5 miliardi). Inferiore non di poco, visto che i mezzi freschi raccolti sarebbero meno della metà della cifra che si vuole incassare.

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Il Financial Times non è ottimista:

“Negli ultimi due mesi – si legge nell’articolo del quotidiano britannico dal titolo “Ailing lender Monte dei Paschi explores options as €2.5bn cash call falters”- sia i trader di casa che di tutto il mondo hanno indicato l’intenzione di non partecipare alla sfida” dell’aumento di capitale del Monte. Spina che si conficca direttamente nel fianco di Mps che, per rispettare i patti presi con Bruxelles, deve raccogliere 900 milioni di capitali privati (i restanti 1,6 miliardi di euro verranno iniettati pro-quota dal principale azionista della banca, il Mef-Tesoro, titolare di una partecipazione del 64% circa).

L’FT ricorda che la compagnia assicurativa francese Axa e Anima Holding, la società di risparmio gestito il cui 20% è nelle mani di Banco BPM, hanno indicato ciascuna la volontà a contribuire almeno a un ammontare di 250 milioni di euro, in quanto desiderose di rafforzare la loro attuale collaborazione con Mps. Ma sia Anima che Axa non hanno risposto alla richiesta di informazioni da parte del Financial Times. Che non ha buone notizie da dare, tutt’altro: l’articolo cita alcuni banchieri di Milano e quattro trader con sede a Londra, che hanno confermato come non solo nessuno stia facendo la fila per acquistare le azioni (nell’aumento di capitale slittato al prossimo lunedì 17 ottobre), ma come a latitare sia proprio l’interesse: e questo, “per motivi che trascendono il contesto attuale negativo di mercato”.

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I motivi sono proprio inerenti alla banca. In poche parole, Mps fa paura. In particolare i trader, viene riportato, “hanno citato l’incertezza riguardo al piano di privatizzazione dell’istituzione finanziaria, la bassa efficienza (di Mps), quei costi legali potenziali che, sebbene diminuiti, comunque esistono”.

Con Siena, non c’è che dire, l’impressione è di tornare sempre indietro nel tempo, la sensazione è che nel 2022 si sia rimasti ancora nel 2014, quando il Financial Times definiva il “Monte dei Paschi  fonte di imbarazzo” per la città di Siena. Una banca piena di problemi  congelati nel tempo, nonostante i numerosi aumenti di capitale dell’ultimo decennio.

Quando hanno cercato di mettere in vendita la banca, nel 2021, soltanto Apollo e UniCredit sono entrati in data room, il che significa che l’asset non era appetibile fin dall’inizio; poi UniCredit ha presentato al Tesoro ulteriori richieste, a seguito della due diligence”, ha ricordato ancora il Financial Times. Per poi mollare tutto: Tesoro e banca.

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Fonti vicine al dossier, scrive l’FT,  riportano come alla banca senese si stia consigliando in queste ore di considerare diverse opzioni, che potrebbero essere – e lo spettro aleggia già da diversi giorni – quella del burden sharing, insieme alla vendita di potenziali asset.

Insomma, quanto era emerso nelle ultime settimane, ovvero che la pazienza delle banche del consorzio di garanzia impegnato a sottoscrivere l’aumento di capitale era arrivata al limite – viene confermato, il che significa che Bank of America, Citigroup, Credit Suisse e Mediobanca potrebbero essere vicine a dare il berservito al ceo Luigi Lovaglio & Co, per l’assenza di un sufficiente interesse da parte degli investitori privati a partecipare all’aumento di capitale. Le premesse si sono confermate niente affatto confortanti già da qualche settimana, quando si è iniziato a parlare di interesse per Mps da parte del mercato non pervenuto, in un contetso in cui l’AD Luigi Lovaglio ha ripetuto fino allo stremo l‘urgenza della ricapitalizzazione (necessaria nel brevissimo termine per raccogliere quel capitale necessario per finanziare l’uscita anticipata di 3.500 dipendenti.  Tra l’altro queste 3.500 uscite sono diventate più di 4.100: un esercito di dipendenti che vuole darsi, sembra, alla fuga, prima che la barca affondi, dice qualcuno).

Vale la pena di ricordare che, secondo alcuni rumor, le banche del consorzio di garanzia avevano manifestato da un bel po’ il desiderio di rimandare l’operazione addirittura al 2023.

E, in una nota dedicata a Mps, IG scriveva di recente:

Alcuni investitori sottolineano che l’operazione dovrebbe essere conclusa entro la fine dell’anno così da non inficiare le strategie della banca che prevedono numerosi licenziamenti (che genereranno oneri una tantum da €800 milioni solo nel 2022 e risparmi per €270 milioni nel 2023) senza tenere conto degli effetti regolamentari sul capitale dell’istituto senese che avranno effetto diretto dal prossimo anno”.

Insomma, un eventuale flop dell’aumento di capitale non è certo una sorpresa. I mercati stavano mettendo in conto l’ipotesi da un bel po’.