Notizie Notizie Mondo Inflazione e tassi: da Jackson Hole Fed e Bce gelano i mercati. Le strette monetarie aggressive non sono finite

Inflazione e tassi: da Jackson Hole Fed e Bce gelano i mercati. Le strette monetarie aggressive non sono finite

Inflazione e tassi: in atto il “trauma Jackson Hole” sui mercati finanziari mondiali, non solo a causa delle dichiarazioni hawkish del presidente della Fed Jerome Powell, ma anche per le parole altrettanto in stile falco arrivate dalla Bce, precisamente dal banchiere centrale della Finlandia Olli Rehn, dal banchiere centrale della Francia Francois Villeroy de Galhau e da Martins Kazaks, numero uno della Banca centrale della Lettonia.

In occasione del simposio di Jackson Hole, evento dedicato alla politica economica che cade puntualmente ogni anno a fine agosto, e che vede la Fed di Kansas City ospitare decine tra banchieri centrali, professori ed economisti di ogni parte del mondo, Villeroy e Kazaks hanno caldeggiato un forte rialzo dei tassi dell’area euro in occasione del prossimo meeting del Consiglio direttivo della Bce, in calendario l’8 settembre. Idem Olli Rehn, che teme che in Eurozona l’inflazione sia diventata più radicata.

La realtà è che assistiamo a livello globale e in tutto il mondo a un’inflazione eccessivamente alta, ed è per questo che è il momento di agire”, ha detto Rehn, numero uno della banca centrale della Finlandia e, così come Villeroy e Kazaks, esponente del Consiglio Direttivo della Bce. “Il prossimo passo – ha continuato – sarà una mossa significativa a settembre, a seconda dei dati (macro) che arriveranno e dell’outlook sull’inflazione“.

Rehn da Jackson Hole: doppio dilemma per la Bce

In un’intervista rilasciata a Bloomberg Television, Olli Rehn ha spiegato che “la politica monetaria sta facendo fronte ora a un doppio dilemma: da un lato, deve mantenere ancorate le aspettative sull’inflazione, e dall’altro lato deve evitare di portare l’economia in recessione”.

D’altronde, “in Europa viviamo una grave crisi energetica ed “è piuttosto probabile che l’economia dell’Eurozona stia rallentando. Sta rallentando nel momento in cui parliamo”. Il blocco, ha avvertito ancora Rehn, deve prepararsi a “uno scontro protratto” contro la Russia di Vladimir Putin, il che significa che il taglio dei flussi di gas e i prezzi energetici più alti si confermeranno un “fenomeno di lunga durata”. E “questo comporterà una forte riduzione del potere di acquisto dei nostri cittadini”.

Rehn: “Valutiamo calo euro in nostre decisioni”

E il calo dell’euro di certo non aiuta, anzi, esarceba il problema.  La moneta unica ha perso più del 12% del suo valore nei confronti del dollaro dall’inizio dell’anno, e al momento è scambiata al di sotto della parità.

Durante le contrattazioni dei mercati asiatici l’euro è arrivato a perdere più dello 0,40% nei confronti del dollaro, mentre ora è in ribasso dello 0,20%.

Detto questo, il trend sembra indicare che, sul forex, i trader stanno prezzando più le dichiarazioni hawkish della Fed di Jerome Powell che quelle altrettanto da falco degli esponenti della Bce. L’euro si attesta attorno a 0,9918, mentre lo US Dollar Index viaggia a 109,24 punti, a un passo dal record in 20 anni testato a luglio a 109,29 punti. “Certamente stiamo monitorando il tasso di cambio”, ha detto Olli Rehn, pur tenendo a puntualizzare che il mandato della Bce esula dalla fissazione di un eventuale target della moneta unica verso le altre valute.

E’ innegabile tuttavia che una moneta più debole peggiori l’attuale quadro inflattivo, confermandosi inevitabilmente un fenomeno da osservare. Tanto che Rehn lo ha ammesso: la debolezza dell’euro “è già considerata in modo significativo” dalla Bce nella determinazione della sua politica monetaria.

Bce verso rialzo tassi da 75 punti base a settembre?

Tornando alla questione tassi, anche il banchiere francese Villeroy ha invocato un’altra stretta monetaria significativa a settembre, auspicando che i tassi salgano fino al livello “neutrale” prima della fine dell’anno, calcolato tra l’1% e il 2%. (Per livello neutrale si intende quello in corrispondenza del quale la crescita dell’economia non è né stimolata né frenata dalla banca centrale).

Potremmo arrivarci (al tasso neutrale) prima della fine dell’anno, dopo un’altra mossa significativa a settembre”, ha detto Villeroy in occasione del Jackson Hole Economic Symposium. Il banchiere francese ha sottolineato anche che, in caso di necessità, i tassi potrebbero dover superare il livello neutrale. Le parole hanno rinfocolato il timore che la Bce di Christine Lagarde arrivi ad annunciare un maxi rialzo dei tassi fino a +75 punti base il prossimo 8 settembre, quando è prevista la prossima riunione del Consiglio direttivo.

Reuters ricorda che i mercati scommettono su un’altra stretta di 50 punti base a settembre (dopo quella di luglio) ma fa notare anche che diversi sono gli esponenti della Banca centrale europea, come il numero uno della banca centrale dell’Olanda Klaas Knot e il collega austriaco Robert Holzmann, a ritenere che l’eventualità di una stretta di 75 punti base debba almeno essere discussa.

Il numero 75 (punti base) ossessiona insomma la Bce (e di conseguenza i mercati). Ma ossessiona anche la Fed. Il 21 luglio scorso i tassi di interesse dell’area euro sono stati alzati dalla Bce per la prima volta in 11 anni, con una stretta di ben 50 punti base:  il rialzo è stato il doppio rispetto a quanto era stato anticipato dalla stessa Bce il mese precedente. Il motivo della mossa più hawkish è stato illustrato dalla stessa presidente della Bce, Christine Lagarde, ed è stato doppio: da un lato, i rischi al rialzo sull’inflazione, che si sono fatti più alti; dall’altro lato, la necessità di assicurare la trasmissione della politica monetaria nei paesi dell’Eurozona.

La Bce ha anticipato – così nel comunicato relativo alla riunione di fine luglio  – che “nelle prossime riunioni del Consiglio direttivo sarà opportuna un’ulteriore normalizzazione dei tassi di interesse”.

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Un altro incitamento alla Bce affinché mostri di essere determinata nella sua lotta contro l’inflazione è arrivato dal lettone Kazaks che, sempre dal palcoscenico di Jackson Hole, si è detto a favore di strette monetarie più aggressive, a suo avviso “ragionevoli” in un contesto in cui l’inflazione dell’Eurozona si impenna a un ritmo vicino a +10%. Le aspettative sull’inflazione – ha detto il banchiere centrale – “sono ancora più o meno dove dovrebbero essere”, e questa è “una buona notizia”.

Ma gli effetti di secondo round (quelli capaci di tradursi in una spirale prezzi-salari) stanno diventando “più trasparenti e ovvi”, il che rende urgente “una risposta molto forte, risoluta e chiara”. Di conseguenza, a settembre secondo Kazaks “sarebbe appropriata una mossa di almeno 50 punti base”.

E’ vero che il falco Kazaks ha smorzato a modo suo i toni, laddove ha affermato che, sebbene sia possibile che nel prossimo meeting si parli anche di Quantitative Tightening – dunque dell’eventualità di iniziare a ridurre il bilancio della Bce – il QT per ora non è necessario. Determinante per stabilire la portata del prossimo rialzo dei tassi da parte della Bce sarà la diffusione, dopodomani 31 agosto, del dato relativo all’inflazione, così come saranno cruciali le nuove proiezioni della Bce sulla dinamica dei prezzi.

WS crolla post Fed, anche qui chiave si chiama 75

I mercati si sono fatti prendere di nuovo alla sprovvista dalle dichiarazioni hawkish sia della Fed che della Bce. Le dichiarazioni di Jerome Powell hanno dato il via venerdì scorso a un sell off brutale a Wall Street, che ha portato il Dow Jones a crollare di 1.008 punti, poco più del 3%, soffrendo la sessione peggiore dal mese di maggio.

Lo S&P 500 e il Nasdaq Composite hanno riportato tonfi rispettivamente del 3,4% e del 3,9%, concludendo la seduta peggiore dal mese di giugno.

Gli smobilizzi hanno cancellato i guadagni che tutti e tre gli indici azionari Usa avevano riportato nel mese di agosto, che si avvia ormai alla conclusione. E ora i futures sui principali indici Usa sono decisamente negativi.

Il timore di nuovi maxi rialzi dei tassi si riflette anche sui mercati dei Treasuries Usa, con i tassi sui titoli di stato a due anni al record dal 2007.

Chiusura negativa per la borsa di Tokyo. L’indice Nikkei 225 ha ceduto il 2,66% a 27.878,96 punti. Molto male anche le altre borse asiatiche, mentre l’impressione di un’economia destinata a soffrire a causa della lotta delle banche centrali contro l’inflazione diventa sempre più realtà.