Notizie Indici e quotazioni JP Morgan su Big Tech cinesi: il rating ‘si trasforma’ in overweight, due mesi dopo definizione ‘non investibili’

JP Morgan su Big Tech cinesi: il rating ‘si trasforma’ in overweight, due mesi dopo definizione ‘non investibili’

JP Morgan ha rivisto al rialzo il rating sulle Big Tech cinesi del calibro di Tencent, Alibaba, Meituan, NetEase e Pinduoduo da underweight a overweight, appena due mesi dopo aver definito il settore “non investibile”: definizione che, si è appreso di recente, sarebbe stata pubblicata tra l’altro per errore, stando a un articolo di Bloomberg.

Da una nota diramata qualche ora fa dagli analisti del colosso bancario Usa emerge che la view è ora completamente diversa: i titoli delle Big Tech dovrebbero infatti sovraperformare il mercato nell’arco dei prossimi 6-12 mesi.

“Le incertezze significative dovrebbero iniziare a smorzarsi sulla scia degli ultimi annunci arrivati dalle autorità di regolamentazione”: annunci arrivati prima del previsto, che hanno liberato il campo dalle incognite (non tutte) che i titoli avevano scontato, ben prima della nota con cui JP Morgan aveva bollato le azioni addirittura come “non investibili”.

Diverse volte la borsa di Hong Kong era capitolata sotto il peso dei ‘sell’, anche sulla scia del panico delisting delle società dalla borsa di New York.

In quella nota di due mesi fa, Alex Yao e gli analisti del team di ricerca sulle azioni cinesi Internet di JP Morganavevano motivato il loro outlook sia con il balzo dei casi di Covid-19 in Cina che con la guerra in Ucraina.

La definizione “non investibile” aveva riportato alla mente quella proferita da MSCI in riferimento alla borsa di Mosca, nei giorni immediatamente successivi all’invasione dell’Ucraina da parte del regime di Putin.

Ma ora, per JP Morgan, le prospettive sono cambiate: così tanto che, a suo avviso, i titoli dell’intrattenimento digitali, dei servizi e delle e-commerce, saranno i primi a sovraperformare il mercato.

“Crediamo che i rischi chiave che incombono sul settore siano diminuiti, in modo particolare quelli legati alle autorità di regolamentazione, quelli di delisting delle ADR (scambiate a Wall Street) e quelli geopolitici”.

Giorni fa Bloomberg aveva riportato indiscrezioni che avevano intaccato non poco la credibilità di JP Morgan: quella definizione ‘non investibile’ delle società Internet cinesi non avrebbe dovuto essere, infatti, mai pubblicata, secondo alcune fonti interpellate.

La verità (delle fonti) è che lo staff editoriale del colosso bancario americano, responsabile dell’editing dei report della divisione di ricerca di JP Morgan, aveva chiesto che la descrizione ‘non investibile’ venisse rimossa dalle 28 note scritte dall’analista  Alex Yao e dal suo team, prima che i report fossero pubblicati lo scorso 14 marzo.

Ma la pubblicazione era avvenuta, provocando un sell off da 200 miliardi di dollari a Wall Street e in Asia.

Negli ultimi giorni, il governo di Pechino ha allentato le regole severe sulla privacy e sulla protezione dei dati, la cui applicazione aveva provocato la grande fuga degli investitori dalle Big Tech quotate a Hong Kong: segnali di distensione nei rapporti tra i grandi titani tecnologici made in China e Pechino sono arrivati con la decisione del governo di allentare i controlli sul settore, in un momento in cui l’economia cinese rischia un forte rallentamento, a causa dell’impatto dei lockdown da Covid imposti in diverse città , per contrastare l’ondata di infezioni Covid più forte dal 2020.

E’ possibile tuttavia che il danno inflitto al settore Internet cinese sia ormai irreversibile.

Diverse sono state negli ultimi mesi le società tecnologiche cinesi che si sono ben guardate dal lanciare operazioni di Ipo nelle borse estere, dopo il massacro che ha colpito la Uber cinese Didi, che ha osato sbarcare a Wall Street.

Subito dopo il debutto, Pechino ha messo infatti nel mirino la società di ride-sharing, accusandola di aver raccolto illegalmente i dati dei suoi utenti.

Ora il governo sarebbe pronto, per l’appunto, a fare un passo indietro. Ma gli analisti rimangono scettici.

Come Charles Mok, professore presso il Global Digital Policy Incubator della Stanford University che, in un’intervista rilasciata alla Cnbc, si è così espresso:

“Non credo che le autorità di regolamentazione fermeranno davvero la loro attività: diversi sono i ministeri che hanno ancora il mandato per rendere esecutive tutte le regole che sono state riviste e rafforzate”. E comunue, “anche se ci dovesse essere un qualche dietrofront, potrebbe essere ormai troppo tardi: il danno è stato fatto”;  anche se le autorità dovessero consentire maggiori Ipo all’estero, ormai, secondo Mok, “la fiducia degli investitori è andata persa“, e sono gli stessi mercati esteri ormai a sospettare delle Ipo estere lanciate dai gruppi cinesi.

Il che è logico e naturale: immaginate un investitore, che ha scommesso sul debutto di Didi a New York o anche sull’Ipo a Hong Kong (bloccata): nel caso dell’Ipo a Wall Street, dal giorno dello sbarco a oggi i timori di un delisting hanno fatto scivolare il titolo, che ha incassato in Borsa continue e forti perdite.

Lo shock Didi è culminato con l’annuncio di delisting da parte dello stesso gruppo.

Didi è sbarcata sul Nyse il 30 giugno dello scorso anno: nel suo primo giorno di contrattazioni a New York, le cose sono andate bene, con il titolo che ha debuttato a un prezzo superiore fino a +19% rispetto al prezzo di collocamento.

Pechino non aveva perdonato però da subito il debutto americano del gruppo. Il risultato era stato il crollo del titolo pari a -44% dal giorno dell’Ipo fino agli inizi di dicembre, quando è arrivato l’annuncio delisting.

In questo contesto, forse JP Morgan è diventata davvero ottimista sul trend delle Big Tech made in China: fatto sta che, tra la sua gaffe “non investibile” e le minacce di Pechino, l’indice settoriale della borsa di Hong Kong, l’Hang Seng Tech index, ha perso dall’inizio dell’anno più del 27%.

Ovviamente il forte calo si spiega anche con l’effetto ribassista dell’indice Usa Nasdaq che, da inizio anno, ha perso il 25% circa, scontando un contesto di tassi di interesse Usa più alti – a causa della determinzione della Fed di Jerome Powell a proseguire la lotta contro l’inflazione, che tende a penalizzare le azioni growth.